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Cosa tramagli?

Tramagliare significa letteralmente sgusciare, passare attraverso le maglie di una rete tesa per la cattura, e, nell’accezione di mia nonna, significava deviare dalla strada maestra, fare qualcosa che non è la cosa che si sa fare, per la quale si è al mondo.

Ecco io e Giovanni, se c’era qualcosa che avevamo in comune, e con noi la maggior parte dei nostri coetanei, e corregionali, se così si può dire, e anche quello lì con le scarpe, probabilmente, l’unica cosa che sapevamo fare, era tramagliare.

Non sapevamo comprare i frigoriferi, non sapevamo lavar le tazzine, non sapevamo tirar su la leva dell’elettricità, non sapevamo fare andare il Vaporone, non sapevamo vestire i bambini nelle piscine, non sapevamo cosa fare dei soldi che ci avanzavano, non sapevamo far niente; l’unica cosa che sapevamo fare, era tramagliare: una generazione, o meglio, più generazioni di tramaglianti, che passavano la maggior parte della loro vita a tramagliare, e quando poi si trovavano a fare una cosa sensata, come camminare con una finestra sottobraccio con il vetro spaccato, o portare a casa la spesa dal supermercato su una bicicletta, si sorprendevano di com’era diversa, la vita, quando era sensata.

 

(Paolo Nori – I Malcontenti)

 

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E fu così che arrivarono a commissariarci anche per fare le classifiche (prove tecniche)

 

Ma tu non sei qui, fenomenologia del cinepanettone. (O forse un requiem)

Succede che qui se li stanno vedendo tutti e li commentano. Anche se si sono persi un po’ per strada, erano partiti davvero benissimo:

Fate un test: domandate in giro chi è il regista di Vacanze di Natale a cortina, tutti risponderanno i Vanzina. Perché? La mia risposta è perché i Vanzina sono, nel bene o nel male, degli autori (che siano diventati gli autori del peggio è un altro discorso)

Loro è il merito di aver codificato la malinconia come configurazione nel cinema italiano, ma soprattutto di attualizzarla ai nuovi tempi e di renderla accessibile a un nuovo pubblico, che per la prima volta si poneva come target commerciale di grande importanza. Il comico italiano, forse il comico in genere, ma non si esageri, quando ha voluto affrontare la prova dei temi alti ha sempre cercato di affogare la risata in una generica tristezza. Tristezza come termine ombrello: c’è chi ha ottenuto l’amarezza (Risi), chi lo sfioramento del tragico (Monicelli), chi la compassione (Fantozzi). La malinconia invece è intesa, nel senso comune, come una manifestazione di grado inferiore della tristezza. Che questo sia scorretto dal punto di vista della filosofia delle passioni è un discorso che qui non c’entra.

Quello che importa è che i Vanzina mettono in forma una malinconia da un lato completamente innocua, dall’altro alla portata di tutti (o, meglio, da tutti i componenti del loro potenziale pubblico nel 1983).

Che è, detta in breve, “che malinconia che oggi è il 16 di agosto e solo ieri al falò di ferragosto ho limonato la tipa che mi piaceva in questa vacanza ma adesso entrambi torniamo alle nostre vite che sono lontane”. Ecco, direi che se non avete mai provato questo sentimento non appartenete al consesso umano di fine secondo millennio.

Quindi, il lavoro dei Vanzina è fondamentalmente di rendere lo spleen un sentimento accessibile a tutti, un sentimento alto che viene definito come esperienza diffusa e fondamentalmente innocua. Il loro modo di essere leggeri e non superficiali è quello di parlare della fine delle vacanze. La vacanza come periodo in cui succede tutto e che merita di essere raccontato, e il periodo che pasa tra una vacanza e un’altra, la vita quotidiana merita solo un’ellissi.

Questo velo di tristezza è quello che unisce i Vanzina alla commedia italiana precedente, e li separa da quello che viene dopo. La neocommedia di matrice brizziana lavora sulla scrittura, e prende più spunto da Neri Parenti che dai Vanzia, mentre Virzì si pone direttamente con i padri fondatori facendo un salto indietro di 30 anni.

Questo sentimento della vacanza potrebbe essere confuso con un berlusconismo in pectore, ma secondo me sarebbe un grossolano errore di concetto. Probabilmente non esiste una differenza di natura tra i due fenomeni, ma sicuramente esiste una profonda differenza di grado. Per i Vanzina la vacanza è comunque qualcosa che è sottoposta alle leggi del tempo, che è destinata a finire, a ripetersi eternamente in estate e inverno – per il benessere ormai raggiunto – ma a ripetersi come esperienza finita, schiava del tempo.

De Laurentiis capisce che questo sentimento può essere sfruttato a livello produttivo. Le vacanze non si ripetono solo nell’animo del popolo italiano, ma anche nella loro vita. Quindi proietta la struttura del film all’esterno e lo fa diventare sistema distributivo e tematico, ma anche questo in modo artigianale, con un’intuizione produttiva. Quindi, il cinepanettone è l’espansione produttivo-industriale dell’intuizione tematica vanziniana della vacanza come substrato comune dell’esperienza dello spettatore italiano. Ma anche l’abile De Laurentiis non si azzarda ad uscire da questa intuizione, geniale, ma temporalmente limitata. Le vacanze di Natale, per quanto cinematograficamente ricche, finiscono e non ci si può fare nulla. C’è chi si lamenta della fine delle vacanze per non poter più limonare la vicina di ombrellone e c’è ci si lamenta perché finiscono incassi miliardari, ma il tempo finisce per tutti.

La rivoluzione di Silvio è più radicale e cerca di scavalcare i confini del tempo, rigettando la semplice percezione della vacanza per imporre una vera e propria VOLONTA’ DI VACANZA, che si impone nell’eterno ritorno della vacanza al di fuori della schiavitù del tempo. Un mondo in cui è bandita la malinconia, come forma passionale per servi (o invidiosi)

Come si diceva prima, non una differenza di natura, ma una profonda differenza di grado (con tante scuse a chi mi ha dato dei soldi per fare un dottorato).

L’anno nel quale non ti veniva nemmeno un titolo decente per il post di fine anno.

Forse un giorno mi deciderò a fare una cosa più sistematica, ma sono quelle cose che si dicono e che non si fanno mai, come svegliarsi presto la mattina per andare a correre, licenziarsi per andare a fare un lavoro che ci piace, provare a leggere Infinite Jest. Serve anche questo, l’illusione di essere meglio di quello che sembra, perché il mondo là fuori è un brutto posto e si fa quel che si può (aka appunti per una nuova canzone di Ligabue)

Intanto, però, che la vita media dei miei pc è di un anno e che non sono capace di usare quel cazzo di scrobbler di last.fm, la classifica la faccio a spanne, non è poi così difficile e si può anche barare fingendo di non aver ascoltato un numero imbarazzante di volte Il ragazzo per l’estate o Real Hero dei College feat. Electric Youth. E solo per aver visto un film. Che poi, chi cazzo sono i College e (gli?) Electric Youth?

 

Ecco, la mia top 10, in ordine più o meno cronologico (ci sono anche delle cose che non sono del 2011, ma che sono del MIO 2011. Perché il pallone è MIO e decido IO)

 

Di Martino – Cara Maestra abbiamo perso (2010)

Ex Otago – Mezze stagioni

Lo Stato Sociale – L’amore ai tempi dell’Ikea

I cani – Il sorprendente album d’esordio de I cani

Palpitation – I’m absent you’re faraway (Ep)

Carpacho! – La futura classe dirigente

The Vaccines – What did you expect from the vaccines?

Radiohead – The Bends (1995)

Dente – Io tra di noi

Ministri – Fuori (2010)

 

Delusione dell’anno

Brunori Sas – Vol.2 Poveri cristi (un po’ di tempo fa volevo spiegare anche perché, e metterlo in confronto al disco de I Cani, che ascoltavo più o meno in contemporanea. Non l’ho fatto, non lo farò, serve forse un motivo?)

Poi.

Altre cose sparse che meritano di essere menzionate in mezzo alle altre mille che probabilmente mi ricorderò quando sarà troppo tardi anche per editare: Habemus Papam, I The pains of being pure at heart e le recensioni di Chiara Durastanti su indiforbunnies, il concerto degli Arcade Fire a Lucca dove hai rischiato di perdere le chiavi della macchina, Bronson, le foto dell’anno del Boston Globe, aver letto Comma 22 e non aver ancora letto Mr Gwyn, Mad Men e Misfits e Breaking Bad (e quella roba indefinibile che ti ostini a continuare a seguire che è Fringe), Il Salento, Makkox e i Peanuts, lo splendido e delirante concerto dei Lo stato sociale all’Off, i capelli ricci e le compilation, il tempo perso, le cadute dei governi, i vulcani e gli elicotteri, le sveglie infami, le idee di rivoluzione, almeno personale, ché vabbè vanno bene anche le riforme graduali, nei giorni di ferie, dopo le 11.

Buon 2012.

 

 

Le verità che non vorresti sentirti dire

Noi che ascoltiamo i dischi dall’inizio alla fine siamo anacronistici e marginali come quelli che vanno a sentire l’Opera.

Questa domenica in Ottobre non sarebbe pesata così/ non era la rivolta permanente: diciamo che non c’era e tanto fa

Oggi è il giorno dopo la brutta e sbilanciatissima puntata di Report nella quale hanno spiegato la crisi dei debiti sovrani intervistando Gallino, Revelli una deputata delle Die Linke e un paio di complottisti americani (sarebbe un po’ come se gli americani l’avessero fatta intervistando Chomsky, Vendola e Grillo, per dire), ed è anche il giorno dopo il cosiddetto Big Bang.

Quello che resta sono molte sensazioni contrastanti: Renzi grande comunicatore, Renzi che dice cose di destra, Renzi che divide, Renzi che blablabla.

A me, diversamente da molti osservatori, quello che in fondo dà fastidio di lui, non è tanto l’I-estetica predominante alla Leopolda. Io storco il naso di fronte a quelo suo modo di fare un po’ furbetto, al suo discorso ipersemplificato (con tutti quei “suvvia, non facciomola difficile o troppo lunga, ché sennò arriviamo a domattina”), ai riferimenti pop/bassi, al suo modo un po’ pretesco di parlare di ascolto, alla ripetizione in ogni luogo tre o quattro slogan, quale che sia la domanda che gli viene fatta, al modo di parlare dei costi della politica (sarà mai più possibile, parlare di costi della politica, dopo Grillo?).

E poi ci sono i temi, ma davvero stiamo parlando di contenuti?

Ora, io credo che a questo punto ci siano due modi di vederla, uguali e contrapposti. Il primo è quello di Leonardo: Renzi può vincere, ma ha tanti difetti che prima o poi torneranno a galla.

Oppure, ribaltando: Renzi ha tanti difetti, ma è forse l’unico che può farci vincere.

Poi noi di sinistra siamo fatti così, masochisti e perennemente insoddisfatti, ma a questo punto sarebbe un peccato sprecare tutto quello, peraltro costruito nonostante l’opposizione di tutta la classe dirigente, che è stato fatto.

Magari bisogna provare a lavorare per migliorarlo, nonostante le nostre idiosincrasie.

Di socialnetwork e illuminanti rivelazioni (e trovare sempre nuovi modi per deprimersi)

Ultimamente ho avuto un po’ di tempo libero (tempo libero da internet come lo mastico di solito: tanti blog, un po’ di giornali, le serie tv. Molto poco interattivo, molto 1.0) e mi sono guardato un po’ intorno per capire qualcosa in più sui social network. Dov’è che bisogna assolutamente essere? Dove si ritrovano quelli fighi? E come si fa a sopravvivere in tutti questi posti in maniera decente? Anche Leonardo, per dire, ha da poco smesso di scrivere su Piste, per mancanza di tempo.

Le cose che ho capito sono diverse e le dico così, velocemente, con lo sguardo da neofita leghista che commenta al bar sport il video porno di belen (che potrei inserire nei tag, si sa mai che faccio un po’ di accessi. Tutti accessi che diventeranno accessi stabili, ovviamente).

Il blog è lo spazio più ragionato e infatti lo trascuro tantissimo, perché richiede tempo dedizione e costanza. E poi tanto non lo legge nessuno, quindi perché impegnarsi per una cosa che non mi porterà nemmeno un po’ di immortalità/fama/accettazione sociale/ghigni di scherno, perché comunque non importa come, ma basta che si parli di me.

Facebook invece è tanto sputtanato quanto imprescindibile. E’ inutile fare gli spocchiosi, starne fuori significa stare fuori dalla realtà. (Che in effetti è un posto bruttissimo popolato da gente egocentrica e logorroica e guardona e populista, ma non per questo non usciamo più di casa la mattina per stare a casa a leggere Adorno. A parte quando ci dondoliamo sull’orlo di qualche psicopatologia, ovviamente)

Twitter è già più di nicchia, anche se ugualmente sputtanato dai media, per i quali si riduce a “i giovani che fanno le rivoluzioni su Twitter” e a qualche celebrità che scrive un paio di banalità settimanali. Io non ci sono, non ancora, ma ci sto pensando. I 140 caratteri sono un po’ riduttivi e si finisce con lo scrivere la frasetta cinica alla Spinoza oppure cose personali che non interessano a nessuno e che si potrebbero scrivere tranquillamente su Facebook. E poi se nessuno ti followa?

Di Frienfeed ne so ancora meno, se non che serve ad aggregare tutti i socialcosi ai quali si è iscritti (e quindi potenzialmente essere sommersi dal flusso degli aggiornamenti. E in effetti sentivamo il bisogno di altre fonti di distrazione) e che ogni tanto ne esce qualche discussione interessante, ma tutta interna al circolo dei blogger (blogosfera? Non so bene come definirla, le etichette che gli sono state date fanno tutte un po’ schifo. Comunque ci siamo capiti, quella gente là)

Questo è quanto.

E il punto in fondo non è tanto decidere dove stare e come starci. Quello viene dopo.

Il problema vero è quando ti accorgi di avere così tanti posti per dire delle cose, e niente di veramente interessante da dire. Peggio ancora, solo il non accorgersene. (O forse no, è un vecchio dilemma)

Intanto.

Intanto, vedo riccioli ovunque.

Dio, l’avreste mai detto che ci sono così tante ricce in giro?

Abbiamo vinto.

Ok, abbiamo alzato il culo e siamo andati a votare. E abbiamo anche vinto.

La prossima volta magari leggiamo anche i quesiti.

Dichiarazioni di voto (che molto probabilmente non servirà a nulla)

Il primo è un SI, non perché sono a prescindere contrario al privato nella gestione dei servizi idirici (anche se fortemente prevenuto), ma perché sono contro la privatizzazione forzata entro un certa data. Ci sono pubblici che funzionano e pubblici che non funzionano, come ci sono privati che funzionano e privati che non funzionano (disse il generale La Palice). Sarebbe bello discuterne caso per caso, senza obblighi. Se non fosse che siamo convinti che il pubblico sia sempre sciatto e sfruttato dalla politica o che il privato sia sempre approfittatore e fuori controllo. E mica perché non ci fidiamo delle aziende (pubbliche o private). No no, noi proprio non ci fidiamo delle persone: che siano i politici, gli amministratori delegati, noi stessi.

Il secondo sarebbe un NO. Non ho le competenze economiche adeguate a capirlo, in realtà. Ma a leggere un po’ di cose in giro mi sembra di capire che le ragioni del si siano molto ideologiche. E’ un’impressione, ripeto, e comunque votare no è come votare si. Che fare? Non chiedere la scheda? Probabile che deciderò sul momento. Un po’ me ne vergogno.

Il terzo è un SI. C’è qualcuno che sostiene che il nucleare sostituirebbe il gas e gli idrocarburi e che le rinnovabili non sarebbero comunque sufficienti, anche a volerle sfruttare al massimo possibile. Mi sembra una posizione documentata e abbastanza ragionevole, però non basta (vedi alla voce non fidarsi delle persone) per farmi sperare che questo paese sia capace di gestire una cosa come il nucleare, le scorie, i rischi. E in più l’escamotage del governo per evitare il referendum è una roba che io non ho parole.

Il quarto è un SI. E’ un voto contro Silvio Berlusconi.