Ma tu non sei qui, fenomenologia del cinepanettone. (O forse un requiem)

Succede che qui se li stanno vedendo tutti e li commentano. Anche se si sono persi un po’ per strada, erano partiti davvero benissimo:

Fate un test: domandate in giro chi è il regista di Vacanze di Natale a cortina, tutti risponderanno i Vanzina. Perché? La mia risposta è perché i Vanzina sono, nel bene o nel male, degli autori (che siano diventati gli autori del peggio è un altro discorso)

Loro è il merito di aver codificato la malinconia come configurazione nel cinema italiano, ma soprattutto di attualizzarla ai nuovi tempi e di renderla accessibile a un nuovo pubblico, che per la prima volta si poneva come target commerciale di grande importanza. Il comico italiano, forse il comico in genere, ma non si esageri, quando ha voluto affrontare la prova dei temi alti ha sempre cercato di affogare la risata in una generica tristezza. Tristezza come termine ombrello: c’è chi ha ottenuto l’amarezza (Risi), chi lo sfioramento del tragico (Monicelli), chi la compassione (Fantozzi). La malinconia invece è intesa, nel senso comune, come una manifestazione di grado inferiore della tristezza. Che questo sia scorretto dal punto di vista della filosofia delle passioni è un discorso che qui non c’entra.

Quello che importa è che i Vanzina mettono in forma una malinconia da un lato completamente innocua, dall’altro alla portata di tutti (o, meglio, da tutti i componenti del loro potenziale pubblico nel 1983).

Che è, detta in breve, “che malinconia che oggi è il 16 di agosto e solo ieri al falò di ferragosto ho limonato la tipa che mi piaceva in questa vacanza ma adesso entrambi torniamo alle nostre vite che sono lontane”. Ecco, direi che se non avete mai provato questo sentimento non appartenete al consesso umano di fine secondo millennio.

Quindi, il lavoro dei Vanzina è fondamentalmente di rendere lo spleen un sentimento accessibile a tutti, un sentimento alto che viene definito come esperienza diffusa e fondamentalmente innocua. Il loro modo di essere leggeri e non superficiali è quello di parlare della fine delle vacanze. La vacanza come periodo in cui succede tutto e che merita di essere raccontato, e il periodo che pasa tra una vacanza e un’altra, la vita quotidiana merita solo un’ellissi.

Questo velo di tristezza è quello che unisce i Vanzina alla commedia italiana precedente, e li separa da quello che viene dopo. La neocommedia di matrice brizziana lavora sulla scrittura, e prende più spunto da Neri Parenti che dai Vanzia, mentre Virzì si pone direttamente con i padri fondatori facendo un salto indietro di 30 anni.

Questo sentimento della vacanza potrebbe essere confuso con un berlusconismo in pectore, ma secondo me sarebbe un grossolano errore di concetto. Probabilmente non esiste una differenza di natura tra i due fenomeni, ma sicuramente esiste una profonda differenza di grado. Per i Vanzina la vacanza è comunque qualcosa che è sottoposta alle leggi del tempo, che è destinata a finire, a ripetersi eternamente in estate e inverno – per il benessere ormai raggiunto – ma a ripetersi come esperienza finita, schiava del tempo.

De Laurentiis capisce che questo sentimento può essere sfruttato a livello produttivo. Le vacanze non si ripetono solo nell’animo del popolo italiano, ma anche nella loro vita. Quindi proietta la struttura del film all’esterno e lo fa diventare sistema distributivo e tematico, ma anche questo in modo artigianale, con un’intuizione produttiva. Quindi, il cinepanettone è l’espansione produttivo-industriale dell’intuizione tematica vanziniana della vacanza come substrato comune dell’esperienza dello spettatore italiano. Ma anche l’abile De Laurentiis non si azzarda ad uscire da questa intuizione, geniale, ma temporalmente limitata. Le vacanze di Natale, per quanto cinematograficamente ricche, finiscono e non ci si può fare nulla. C’è chi si lamenta della fine delle vacanze per non poter più limonare la vicina di ombrellone e c’è ci si lamenta perché finiscono incassi miliardari, ma il tempo finisce per tutti.

La rivoluzione di Silvio è più radicale e cerca di scavalcare i confini del tempo, rigettando la semplice percezione della vacanza per imporre una vera e propria VOLONTA’ DI VACANZA, che si impone nell’eterno ritorno della vacanza al di fuori della schiavitù del tempo. Un mondo in cui è bandita la malinconia, come forma passionale per servi (o invidiosi)

Come si diceva prima, non una differenza di natura, ma una profonda differenza di grado (con tante scuse a chi mi ha dato dei soldi per fare un dottorato).

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