Santa subito!

Michela Murgia parla di precariato, come sempre con lucidità e tragica esattezza.

E in più sembra sembra che parli di me.

Molti di quelli che stanno a queste condizioni non lo fanno per i soldi, nemmeno io l’ho fatto per quello. Il bisogno che nessuno può dire a voce alta è che ti serve disperatamente qualcosa da fare, qualunque cosa che non siano i piatti della sera prima. È l’urgenza d’infilarsi una cosa che non somigli neanche a una maledetta tuta da ginnastica, è sentire la meravigliosa differenza tra la domenica e gli altri giorni, è morire di stanchezza, ma non di noia. È la paura di dare ragione a chi ti aveva detto che con quella laurea non avresti trovato mai un lavoro. Il terrore dell’inutilità è peggio che non avere soldi, e per questo per molto tempo nessuno ha discusso il meccanismo; non importa se non si diventa persone migliori vendendo l’ultima offerta adsl, è comunque sempre meglio che sentire la temperatura sociale che si abbassa di colpo quando ti chiedono «che lavoro fai?», e tu devi rispondere «nessuno». Zero gradi cardiaci, ed è peggio che avere un handicap, perché l’handicap gode della solidarietà sociale, ma l’inutilità non c’è chi te la perdoni: se non fai niente, sei niente.

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